Feste, fiere, sagre e cucina locale

Galugnano è un vero e proprio serbatoio di paesanità salentina che trova ragion d'essere nelle feste popolari:

Il primo venerdì di marzo si festeggia l'Addolorata, con la sagra del "pampasciune" (cipollaccio col fiocco), scavato fino a trenta centimetri di profondità nei dintorni del paese. A fine funzione ognuno riporta a casa un quartino di "mustaccioli" e duecento lire di noccioline miste; la sera si passa dai dolci ai "pampasciuni" annaffiati di vino, in attesa di ritrovarsi l'anno dopo "alla Matonna 'Ndururata te Calignanu".

L'8 maggio, "San Michele piccolo" precede la grande festa patronale di settembre; fino agli anni Cinquanta vi si abbinava anche una nota fiera del bestiame. Piatto tipico: gli agnelli locali, richiestissimi anche fuori dal Salento.

Il 6 agosto, festa di Maria SS. della Neve, con processione fino alla cappella campestre e "li chiugghri ugghrati" (lumache raccolte durante il letargo estivo) come piatto d'occasione.

Il 23 settembre, "lu sparu": in ricordo di un violento uragano abbattutosi su Galugnano nel 1873, messa solenne e fuochi pirotecnici che durano anche un'ora.

Il 29 settembre, San Michele grande: la festa più sentita, con rientro in paese dei galugnanesi emigrati e la sagra "del maiale con le cicorie reste" — il primo maiale macellato della stagione. Un inno dedicato al Santo, di autore ignoto, viene eseguito ogni anno da due bande, su partitura voluta da Michele Dell'Anna fu Bonaventura, per 25 anni Presidente del Comitato Feste Patronali.

L'8 dicembre, festa dell'Immacolata, patrona della parrocchia, con degustazione di "pittule e purcegghruzzi" in preparazione al Natale.

Costume folcloristico

Michela Petrachi in costume tradizionale galugnanese, 1975
Michela Petrachi, 1975. Da "Galugnano un Paese" di Michele Paone.

Testimonianza del costume tipico locale delle "matenate" (serenate), ricostruito grazie a una foto di una delle ultime galugnanesi in abito tradizionale, Michela Petrachi, e a una tela della chiesa dell'Annunziata.

Nell'universo femminile domina il nero, per l'usanza del lutto: tre anni per genitori, figli e marito; sei mesi per suoceri e cognati; tre mesi per gli altri parenti. Con famiglie numerose e vita media fra i cinquanta e sessant'anni, le donne restavano vestite di nero per gran parte della loro vita. Per gli uomini prevalgono bianco, celeste, rosso e azzurro — colori scelti nel Settecento per i confratelli della congrega dell'Annunziata (bianco e celeste) e presenti nelle insegne dei Dell'Anna, dei Massa e dei Levanto (rosso e azzurro).

Riprendendo la descrizione di Irene Maria Malecore sul costume salentino: quello maschile prevede coppola, "camisola" (gilè), "causi" (calzoni), giacca lunga ("giammerga") o corta ("salica"), calzette e scarpe con fibbia d'argento. Quello femminile, più ricco, comprende un copricapo a scialletto, un corpetto, il "mantesino" (grembiule decorativo) e una gonna lunga fino alla caviglia, arricciata o a pieghe.

Le Cocule (la ricetta)

Le cocule, dolce pasquale galugnanese Preparazione delle cocule

Piatto tipicamente pasquale nato dalla povertà: finite le scorte della quaresima, con la carne appannaggio di pochi, si impastano pane raffermo grattugiato, uova e formaggio in polpette da infornare. La ricetta (a cura di Giovanni Maschio):

Ingredienti (per una famiglia numerosa e affamata): la mollica di un pane raffermo di 2 kg, 12 uova fresche, 1 kg di formaggio grattugiato (Gavoi o pecorino, o un misto), prezzemolo e pepe q.b.

Preparazione: impastare mollica, uova, formaggio, poco sale e pepe (aggiungere un po' di latte se l'impasto risulta duro); formare polpette di media grandezza e cuocerle in una terrina di terracotta, con la crosta del pane sul fondo per evitare che si attacchino. Condire con abbondante sugo (o brodo di gallina) e infornare fino a doratura.

Si prepara rigorosamente il Sabato Santo: due infornate, una all'alba e una di primo mattino, sfornate prima del "Gloria" di mezzogiorno. Al momento della resurrezione, in chiesa, ci si sbatteva i piedi per terra e si scuotevano sedie per fare rumore — a casa attendevano le "cocule" calde e fumanti.

La Quaremma

Effigie della Quaremma

Tradizione quasi scomparsa: l'esposizione, il giorno delle Ceneri, di un fantoccio — "la Quaremma", vecchina vestita di nero con conocchia e fuso, sette taralli d'orzo appesi alla vita (uno tolto ogni settimana fino a Pasqua). Simbolo di penitenza, la figura sembra rifarsi alle Parche greco-romane; nella tradizione popolare successiva diventa la vedova di Carnevale ("Paulinu"), destinata a essere data al rogo il Sabato Santo, dopo una vita di fame e stenti.

Il Natale

L'attesa più grande è per le "mangiate" natalizie e per il presepe, coi suoi personaggi carichi di fascino popolare: "la picia", vecchietta infreddolita con un braciere sulle gambe, simbolo di povertà; "frantoni" (fra' Antonio), monaco laico al lavoro nei campi con pecore e caprette; e, con l'arrivo del benessere, anche il macellaio — impensabile ai tempi in cui mancava perfino l'acqua.

Il dì dei morti

Il 2 novembre, ragazzi (e non solo) legavano i quattro angoli di un fazzoletto per farne un contenitore e bussavano a ogni porta per "chiedere" in suffragio dei morti: noci, mele cotogne, melagrane, castagne, un pugno di fichi secchi. Le famiglie più agiate, dopo un lutto recente, arrivavano a offrire 5 o persino 10 lire — voce che si spargeva rapidamente fra i questuanti.

La Spagnola

Nel 1918 l'epidemia di influenza "Spagnola", che nel mondo causa circa 20 milioni di vittime, colpisce duramente anche Galugnano: a fronte di una media di meno di due morti al mese, l'ottobre 1918 ne conta sei e il novembre dieci. A dicembre torna la normalità, con due soli decessi. Da notare: fra le 18 vittime, 14 donne e solo 4 uomini.

Ritorna la fame

Durante la Prima guerra mondiale, più che i combattimenti — lontani — Galugnano teme la fame: famiglie numerose, braccia migliori al fronte, inverni senza legna. Chi lavora "a giornata" viene spesso pagato in fave o piselli secchi; radici d'olivo vengono sottratte di nascosto per scaldare la casa. I bambini pastori, portando le pecore al pascolo, imparano presto a mungere di nascosto quelle dei vicini, rischiando severe conseguenze se il latte non torna ai conti della sera.

Vita in paese

Fino a metà Novecento la vita dei lavoratori della terra è durissima: ogni famiglia ha due pecore, un maialetto e alcune galline, che pascolano liberamente per le strade rientrando da sole a sera. Le abitazioni sono spesso una sola stanza con cucina, il bagno una fossa alla turca nell'ortale, la stalla per l'asino accanto. Le strade, dissestate e polverose, si animano all'alba e si svuotano presto, rotte solo dal richiamo dei venditori ambulanti: "Oliiio, petrolio, spirito, flitti, crema!!", "Uliiie, ci teeeene uliiie!!". Il letame raccolto in strada finisce nel concime di famiglia, indispensabile per terreni rocciosi e "amari".

'900 — Il dopoguerra

Già prima della fine della guerra, a Galugnano e San Donato si respira aria di normalizzazione: il Podestà lascia il posto a una Giunta con Sindaco e assessori. Il 19 febbraio 1945 la Giunta intitola due vie del paese a Giacomo Matteotti e al 25 Luglio 1943, a riprova del nuovo clima antifascista. Il 1° giugno e il 1° luglio 1945 vengono fissate nuove tariffe su vetture pubbliche e private e sull'imposta di patente. Ma la vera svolta sono le prime libere elezioni per il Consiglio Comunale, il 10 marzo 1946, precedute da mesi di intensi preparativi: una campagna elettorale accesa fra le liste di Luigi Mazzeo e Michele Conte.

Televisione e fine di giochi e carognate

Nel 1955 arriva la televisione: due anni dopo viene installato il primo apparecchio a Galugnano, al Bar Manna, fra lo stupore generale di un nugolo di ragazzi radunati intorno al tecnico. La TV cambia radicalmente il modo di divertirsi, segnando il declino di tradizioni secolari come la battaglia delle "marange" per San Lazzaro, i falò propiziatori, e giochi di gruppo come nascondino, guardie e ladri, "tizza", "stacce" e "linca" — così come di scherzi feroci come murare di notte la porta di qualcuno o far volare il cappello del nonno con una molletta legata a uno spago.

L'Uru

Piccolo gnometto dispettoso della tradizione salentina, chiamato altrove "scazzamurieddhru", "monacieddhru" o "laurieddhru" — forse dal latino laures (protettori della casa) o da urere (tormentare). Minuscolo, con un cappellino rosso più alto di lui, secondo la tradizione popolare fa sparire gli oggetti, infastidisce gli animali, intreccia i capelli delle donne di notte e, se irritato, si siede sul petto dei dormienti opprimendone il respiro. Si narra di una famiglia che, esasperata, tentò di trasferirsi pur di liberarsene — salvo scoprire che l'Uru li aveva seguiti, comodamente seduto sulla scopa della nonna.

Culacchi

I "culacchi" sono brevi racconti popolari inverosimili ma dalla forte valenza morale. Fra i più noti, "Ecchiaia" (Vecchiaia): un tempo, chi superava i cinquant'anni veniva portato dai figli a essere annegato in mare. Michele porta così suo padre verso San Foca, ma lungo il cammino il vecchio gli suggerisce un indovinello che salverà loro entrambi davanti al Re — "vale più una pioggia di marzo e d'aprile che la tua carrozza tutta d'oro" — dimostrando che la saggezza degli anziani vale più di ogni ricchezza. Il padre di Michele, scoperto nascosto sotto il letto, non solo ha salva la vita ma diventa consigliere di corte.

Lu Ccippi

Giuseppe Peccarisi, detto Lu Ccippi, con il suo carretto

Peccarisi Giuseppe, per tutti "Ccìppì", è l'ultimo degli spazzini di Galugnano, in servizio fino al 1975: piccolo, minuto, zoppicante a una gamba, si muove per le strade deserte del paese col suo inseparabile cassonetto ambulante — un parallelepipedo su due ruote di bicicletta, corredato di scopa, "cardarina" (contenitore da muratore riadattato), una lamiera al posto della paletta e la "sarchiugghra" per le erbacce. Simbolo di un'epoca a cavallo fra il dopoguerra e gli anni Ottanta, quando la spazzatura domestica — perlopiù biodegradabile — finiva ancora nel letamaio di famiglia.